Un manoscritto, anzi un dattiloscritto (o la mia editor mi bacchetta sulle dita), di un milione e trecentoventottomila battute. Per l’esattezza.
Se non avete familiarità con le metriche fitte dell’editoria, vi traduco quello che vedo sul mio contatore di Word in formati più quotidiani: stiamo parlando di 217.094 parole distribuite su 584 pagine. O, se preferite la valuta dei social, l’equivalente di oltre cinquemila post di Instagram scritti tutti di fila, senza sosta.
È una mole impressionante, una cattedrale di parole nata da anni di passione e ricerche sul medioevo, sangue, sudore e notti passate a tessere trame ambientate nel 1079, senza che sembrasse una storia dei giorni nostri buttata a caso nel medioevo o una storia troppo medievale per interessare ai giorni nostri.
Eppure, quando scrivi l’ultima parola e metti il punto finale, la sensazione non è di trionfo. È di totale stordimento. Ti ritrovi davanti allo schermo, guardi quel contatore di caratteri mastodontico e la mente partorisce un’unica, gigantesca domanda spontanea: e adesso?
Perché anche se la storia era nella mia testa e nella mia anima, tradurla in parole, e con rigore storico, è stata una delle sfide più grandi della mia vita. Smontiamo subito il romanticismo ingenuo dello scrittore che fuma alla finestra aspettando l’ispirazione della musa: completare un’opera di questa portata non è un colpo di genio, è un atto di pura disciplina, architettura mentale e pianificazione rigorosa.
E, da consulente che mastica marketing e comunicazione da quasi trent’anni, ho capito una cosa fondamentale mentre mi scontravo con la solitudine della pagina scritta: governare un milione e trecentomila battute richiede esattamente la stessa grinta e le stesse identiche competenze necessarie a lanciare e posizionare un grande brand sul mercato.
E la stessa lucida umiltà.
Il branding e la letteratura complessa non sono due mondi separati; si muovono sugli stessi identici binari etici e strutturali.
Vi spiego perché attraverso tre punti di contatto che ho vissuto sulla mia pelle:
- Il worldbuilding (la coerenza dell’universo) – Nel mio romanzo storico sono vincolata alla rigidità del contesto del 1079. Se un personaggio compie un’azione anacronistica, se usa una parola fuori tempo massimo o se la coerenza storica vacilla anche solo per un paragrafo, l’illusione crolla e il lettore abbandona il libro. Nel branding accade la stessa identica cosa. Se un marchio dichiara a gran voce determinati valori etici e un posizionamento trasparente, ma poi cede al trend tossico del momento solo per fare cassa o rincorrere l’algoritmo, l’universo di marca si frantuma. La coerenza non è un optional, è l’ossatura dell’autorevolezza.
- La gestione dei conflitti (la verità delle relazioni) – Una trama letteraria non sta in piedi grazie agli aggettivi altisonanti, ma grazie alla gestione dei conflitti profondi dei personaggi. Se la psicologia di una figura complessa (come la mia Lucrezia) non è autentica, la storia muore. Nel marketing, il principio è speculare. La comunicazione non si regge sugli slogan manipolatori o sui cliché fuffa, ma sulla capacità reale di intercettare e risolvere un conflitto nella vita delle persone. È il cuore del modello Human to Human (H2H): comprendere la psicologia profonda del proprio pubblico per entrare in risonanza emotiva reale, da umano a umano, senza filtri e senza trucchi.
- L’editing professionale (la potatura strategica) – Finito il manoscritto (hem… dattiloscritto), l’ho affidato a mani esperte per una valutazione professionale. Quando ti vedi recapitare diciannove pagine di fitti feedback e suggerimenti di editing, la prima reazione potrebbe essere l’orgoglio ferito. La seconda, quella lucida, è la gratitudine. L’editing non è una punizione, è una potatura strategica. Serve a tagliare i rami secchi, l’autocompiacimento, il superfluo, per far emergere l’essenza pura della storia. È esattamente lo stesso lavoro che faccio quando entro in un’azienda per ripulire la sua comunicazione dall’infobesità e dai fronzoli istituzionali noiosi. Tagliare il rumore di fondo per far brillare il posizionamento strategico. Perché le parole sono sostanza, e la precisione salva l’estetica così come salva un libro.
E adesso?
Cosa si fa dopo un milione e trecentoventottomila battute? Si fa quello che fa ogni regista di marketing: non ci si ferma, si studia la strategia. Il testo ora è in fase di editing professionale. Scheda di valutazione di diciannove pagine alla mano, faccio correzioni, potature, tagli, rifiniture. Correzioni che poi torneranno nelle abili mani della mia editor, pronta e consapevole che arriveranno altri feedback, altro lavoro da fare. Sto lavorando al testo e preparando il terreno, perché un’opera non deve solo essere scritta con rigore, deve trovare la strada giusta per toccare le persone giuste.
E alle persone, senza un editore che la pubblichi non si arriva… ma questo è il dopo. Per ora testa bassa e lavoro duro.
Mi piace pensare che chi sa governare l’universo narrativo di un romanzo storico abbia una mente strutturata per non perdersi nella complessità e per tessere l’identità di qualunque brand. La maestria della parola, la creazione di un mondo dentro la storia e la visione strategica sono facce della stessa medaglia.
Il viaggio è lungo, un po’ punk e decisamente fuori dal coro. Ma ne sto assaporando ogni singolo istante. E ho appena iniziato a raccontarlo.
Se vuoi seguire la genesi del mio romanzo e scoprire i retroscena dell’editing prima che arrivi in libreria, seguimi su Instagram e qui, sul blog.
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